RECENSIONI
Movie Star Junkies
A Poison Tree
Voodoo Rhythm
8
Ricordate? Per me fu il miglior disco del 2008.
Per gli altri no. Poi l’ hype è montato e Melville è diventato un piccolo caso.
Oggi i MSJ sono una band su cui gravano molte aspettative.
I Junkies suonano sporco. Come se dovessero disseppellire cadaveri da un immondezzaio piuttosto che da un cimitero. Appartengono in tutto ad una cultura gar(b)age-punk anarcoide e trasversale. Sciacalli che si cibano di carcasse.
Birthday Party, Scientists, Suicide, Groupies, Not Moving.
Carogne che puzzavano già da vive.
Come puzzano oggi i Movie Star Junkies.
A poison tree non delude le attese di cui sopra.
L’ aria sinistra di Melville non è evaporata, malgrado le nebbie appaiano diradate, i contorni più nitidi, definiti. Ma ciò che appare non è il rassicurante pratino di Farmville. Piuttosto una selva di ferule dipinta con tinte da surf-noir (Under the marble faun, Almost a God, The saddest smile) o con piccole galoppate western come The Walnut Tree o Hail. Non credo ci verrà molto da ridere quando arriveranno a sporcare il vostro pub preferito, malgrado stavolta raduneranno più gente del previsto. Cominciate a preparare la segatura.
Franco “Lys” Dimauro
|

Thee Oh Sees
Warm Slime
In the Red
7
Quattro album in tre anni e l’ispirazione non sembra risentirne. Sarà forse merito dello stato “allucinato” in cui vengono concepiti e registrati (questo, narra la leggenda, in un sol giorno) i dischi della band, ma la creatura di John Dwyer cresce a vista d’occhio. Tutto l’immaginario dei californiani è qui concentrato in sette brani: si apre con la title-track, che parte come una garage-song sgraziata (una sorta di marchio di fabbrica per la In The Red) e si sviluppa per 13 minuti come un atroce, ipnotico rito voodoo partorito nel cuore dannato di New Orleans e infettato dalla psichedelia ossessiva professata da Garcia e soci. I Was Denied stropiccia i dettami di Nuggets con coretti sixties, mentre la batteria trascina una festa punk’n’roll (sull’onda dei compagni di scuderia Strange Boys); Castiatic Tackle fa propria la lezione dei Cramps e Flash Bats suona come la versione ruvida del sogno acido degli Sleepy Sun. Tanta carne al fuoco, ma la sintesi è perfetta, come dimostra l’incedere pop sbilenco di MT Work sorretto da un coro di squilibrati ubriachi..
Barbara Tomasino
|

Scissor Sisters
Night Work
Polydor
7
Con gli Scissor Sisters la faccenda del “difficile” terzo album non è credibile; eppure prima di arrivare a Night Work c'è stato un altro disco, sottoposto all'ascolto di Sua Maestà Gay Elton John e da quest'ultimo cestinato senza pietà. In sua vece, un bagno nella disco e nella nostalgia anni Ottanta con lo Stuart Price di Confessions on a Dancefloor di Lady Ciccone. Bissare il boom planetario di I Don't Feel Like Dancing non è semplice, ma la roba che scotta qui non manca: il regno del kitsch di Any Which Way,ad esempio, tutta in falsetto Bee Gees,o il mix di Cult e Pet Shop Boys di Running out. L'idea è di rappresentare la perfect gay band, con ovvia copertina Mapplethorpe e chiusura affidata alla voce di Gandalf il Rosa, Sir Ian McKellen. Niente d’imprevedibile, ma non si rischia granché a pronosticare Night Work in heavy rotation nei party estivi a tutte le latitudini
Emanuele Sacchi
|

Stars
The Five Ghosts
Vagrant
6
Sempre difficile stare in equilibrio fra grazia e maniera. Ancora più difficile quando delle due proverbiali scarpe in cui si mettono i piedi, una affonda nel fango dello spleen adolescenziale e l’altra pretende i brillantini del mainstream. Gli Stars hanno sempre dichiarato tanto, da Berlioz agli Outkast, per citarne le parole precise. Hanno esagerato (come nel caso di Do You Trust Your Friends?), ma anche colpito nel segno, con il pop che si ciba di zuccheri ma ferisce al cuore di In Our Bedroom After the War. Oggi è ancora il fantasma tutelare di Paddy McAloon a guidare la leggiadria acustica di Dead Hearts o la precisione aurea del singolo Fixed. Poi Torquil Campbell si ricorda del suo ruolo in Sex and the City e i lustrini elettro hanno il sopravvento. Lo zucchero diventa caramello ad appesantire le mosse e il cuore tenta di essere pompa senza averne veramente il fiato. Cinque fantasmi al bivio fra l’azzardo di toccare il paradiso, senza curarsi della vertigine e una comoda passerella assieme ai nuovi eroi dell’indie pop che sillaba beatamente wave, schivandone i dolori
Mauro Fenoglio
|

Cor Veleno
Buona pace
Sonyl
7
Godono di buona salute Primo, Grandi Numeri e Squarta, in questo quinto album ufficiale molto agili nello spaziare tra suggestioni sonore differenti senza mai perdere di vista il core business hip hop della loro impresa. Inaugurato dall’inattesa base reggae anni Settanta della riflessiva Dentro te, il viaggio termina con la tagliente doppietta anticocaina Bam Bam e Nessuna bandiera bianca. In mezzo trovano spazio episodi maturi e ben congegnati, dal singolo estivo a tinte urbano balneari L’odore del mare al ritorno agli accenti giamaicani, questa volta dancehall, di La pelle è la mia, fino all’impostazione party sinfonica in odore di Cinecittà in cui si muove con rabbia Sto Cor Veleno. Quella che si dice senza remore una bella prova, insomma: manca magari il singolo assassino, ma l’insieme è solido. .
Paolo Ferrari |

Due di picche
C'eravamo tanto odiati
Sony
6
Johnny di Picche e Willy di Picche sono rispettivamente Neffa e J–Ax. E davvero si sono odiati negli Anni Novanta delle posse, dei conflitti di stile e delle polemiche incrociate. Ora si trovano in studio, a raccontare storie ridendosela del passato. Sanno fare il loro mestiere, non c’è dubbio, e si divertono: si sente. Magari l’album è buttato un po’ lì, nei ritagli di tempo e relativamente vicino alle ultime sortite rispettive. Però il gioco diventa contagioso, quando si narra dei Due di Picche e della Ballata di Picche, dedicate agli ultimi della fila, dalle elementari in su; o quando il viaggio scorre su Treni a perdere. E poi Faccia come il cuore, optional di cui entrambi sono dotati. Rock e soul, rap e accenti ragga: ogni tanto i mattoni sono incastrati un po’ in fretta, ma il bungalow estivo non crolla.
Paolo Ferrari |
Black Tusk
Taste The Sin
Relapse
8
Da Savannah, Georgia, ecco i Black Tusk. La stessa città dei Baroness. Con i quali hanno peraltro poco in comune. Solo il fatto che a disegnare la copertina del loro nuovo album è stato il cantante dei Baroness John Baizley.
Loro si etichettano swamp metal. Immaginate in linea teorica gli Eye Hate God intrecciati inestricabilmente con la nerezza doom dei Pentagram. In realtà Taste The Sin, la loro terza offerta, che inaugura il nuovo deal con la Relapse, è qualcosa di esplicitamente…slayeriano. Una faccenda molto semplice e allo stesso tempo oscura e terribilmente violenta. Anche per la voce di Andrew, frustante, punitiva, come un Tom Araya giovane e psicopatico. Depurate, se così possiamo dire, la parte heavy metal degli Slayer e aggiungete chitarre che sferrano riff lineari, abrasivamente profondi, impastati di feroce, carnale ossessività punk-death, immergete in un controllato caos punk rock, e avrete le canzoni di Taste The Sin.
Claudio Sorge
|

Trash Talk
Eyes & Nines
Hassle Records
9
New York, 1985. Sacramento, 2010. Pagine di un diario indimenticabile. Venticinque anni di rincorse, di cambiamenti. Ma la stessa, identica fisicità. Un atto corporale, più che musicale, ad opera della band preferità dai Fucked Up. E si capisce anche il perchè. I Trash Talk sono forse la più completa, perfetta, incredibile macchina evolutiva che l'hardcore abbia incontrato nell'ultimo decennio. Una band nata dal seme violento degli Youth of Today (Vultures, Flesh & Blood), tracimata concettuamente ai confini del grindcore (Explode,I do) ed in grado di leggere, dell'Hardcore, anche il lato oscuro, lento, doom (Hash Wednesday). Il terzo album dei Trash Talk è il loro capolavoro. Un monumento ad un hardcore che trascina sulle sue spalle, quasi un trentennio di musica estrema. Questo rende i Trash Talk straordinari.
Mario Ruggeri |

Mahjongg
The Long Shadow Of The Paper Tiger
K
6
Troppo liberi per salire del tutto sul carro disco-punk passato mentre uscivano i loro primi dischi, i Mahjongg continuano nella definizione di un suono da loro stessi battezzato Chicagotronics. Erede diretto della botta poliritmica post-punk inglese e del funk bianco di taglio no wave, sporcato di elettronica e di sintetizzatori anni '80 (piaccia o non piaccia, IL trend del 2010), dance nel senso di movimento continuo e disinibito. Refrattario alle regole e incline alla spontaneità, il collettivo di Chicago non incanta, ma piace soprattutto nell'incedere nervoso da Talking Heads in acido di Gooble (con Bobby Conn alla voce), nell'highlife futurista di LA Beat e nell'evoluzione quasi drum'n'bass - appropriata, dato il tema - di Grooverider Free, rielaborazione del vecchio singolo Free Grooverider, dedicato ai problemi legali del DJ inglese.
Andrea Pomini
|
Pan Sonic
Gravitoni
Blast First Petite
7
Triste ridurlo al tempo dei bilanci, questo passaggio in Pan Sonic. Doppiamente sconfortante se si prova anche solo a sommare dischi e collaborazioni e live e side projects e atti solisti e bagarre sonora varia: non è questo il momento di tirare le fila, evidentemente. Piuttosto resta, inquieta, la necessaria domanda su un percorso a tratti irresistibile, spesso preda del proprio intellettualistico errare, alle volte semplicemente inutile nelle parossistiche emanazioni. Qui, nel presunto ultimo atto, il duo riscopre la volontà di una struttura più definita, più chiaramente prodotta nel senso del beat e del ritmo (ancorché meccanico-iterativo e in parte anomalo). Un disco più accessibile e convenzionale, eppure perfetto e funzionale a un'idea della musica in quanto scontro d'unità minima del suono, textures, fisicità e feedback. Cosa farsene, è un altro discorso.
Daniele Ferriero
|
|
|