RECENSIONI
Black Rebel Motorcycle Club
Best The Devil's Tattoo
Coop
8
Che cosa chiediamo alla musica rock? Di darci emozioni, pathos e trasportarci in un viaggio della mente. Ebbene questo quinto disco dei BRMC soddisfa egregiamente tutti questi requisiti. La band realizza il suo lavoro più completo, quello che abbraccia tutto il suo passato, le sue variegate influenze stilistiche e ci offre un’interpretazione vocale magistrale, passionale e ricca di sfumature. Il viaggio comincia con un’atmosfera spettrale, da blues d’annata con la titletrack che ci ammalia con il suo spirito magico e dolente. E’ musica da peccato e redenzione. E’ forte e vibrante nelle sue chitarre grosse e lattiginose, dove fanno capolino lo shoegaze e la psichedelia (War Machine, River Styx, Mama Taught Me Better). Ma i passaggi più affascinanti sono quelli in cui la voce da crooner di Peter Hayes ci conduce nei meandri più nascosti della campagna folk americana. Le pianure si aprono in Sweet Feeling’s Gone che profuma di torta di mele. La voce è ancora più delicata e flebile in The Toll, una ballata dal sapore antico. Tutto il disco è pervaso da un’atmosfera spettrale in cui la band ha modo di esibire il suo lato più oscuro e malinconico (Shadow’s Keeper, Long Way Down). Si ha l’impressione che i nostri giochino recitare una parte, quella dei belli e dannati, delle anime della notte tormentate, ma fiere, proprio come il personaggio di Marlon Brando nel Selvaggio da cui prendono il nome. Ma è un vezzo che si può perdonare loro di fronte alla bellezza di queste canzoni ed all’ampiezza di sensazioni che sa regalarci.
Stefano Cerati
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Record's
De Fauna Et Flora
Foolica
9
Gae, Pietro e Pier aggiungono, invece di togliere: tastiere, archi, fiati, cori, effetti, alla faccia del minimalismo. Li critica chi non li capisce, ovvero il 99% del pianeta, l’1% però gode come un riccio. Si, perché i Record’s hanno tanto e tale talento da permettersi di ignorare le masse. E non perché facciano musica difficile, tutt’altro. Fanno musica facile, tanto facile da spiazzare. E ambiziosa. È la magia del pop, il sogno impervio della melodia spinta al limite, padrona assoluta della scena. I Record’s quel sogno lo maneggiano con mestiere e leggerezza. Chi poteva essere al contempo agile e barocco senza mai sforare con la glicemia se non i Record’s, bresciani che guardano con diritto ben al di là dei confini nazionali? In pochi. De Fauna Et Flora è il loro English Settlement. Di più: è il loro Pet Sounds, un abbandono totale al pop e ai suoi eccessi. È uno scrigno che racchiude diamanti come Panama Hat e potenziali hit come We All Need to Be Alone (se solo fossero nati dalle parti di Camden, invece che a Manerbio e Verolanuova, mica staremmo qui a menarcela coi “se” e coi “ma”: copertina su NME, groupies e ribalte che contano, altro che “sottobosco underground”). De Fauna Et Flora è pieno di cose, eppure semplice. È un disco incollocabile e speciale. E visto che la band non cerca le masse, saranno le masse a cercare la band. Se c’è una giustizia divina di qualche tipo, è quello che accadrà.
Luca Frazzi
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The Huge
The Colossus Killed The Giant
Autoprodotto
6
Torna a farsi vivo Gianluca Plomitallo, a quattro anni da un debutto tanto bello quanto poco fortunato come Landescape, con un nuovo album autoprodotto e fatto circolare gratuitamente online. Ma non si è stati con le mani in mano, in questi quattro anni: The Colossus Killed The Giant è frutto di un lavoro continuo di scrittura, selezione del materiale e registrazione, ed è forse proprio la logorrea produttiva del nostro (ventidue pezzi, quasi un'ora e mezzo di musica) a frenarne le legittime ambizioni. Perchè la stoffa è quella di sempre, un Morrissey misto George Michael con una passione grande per easy listening, soul, funk e morbida house, che fa tutto da solo scrivendo bene e cantando altrettanto bene. Ma già a metà album si rischia qualche sbadiglio di troppo, ed è un peccato, perchè di cose carine ce ne sono anche in fondo. Se solo fossero state messe in fila le dieci più carine di tutte...
Andrea Pomini
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Sem'bro
Tired Heroes Of The Lost Generation
Summer Dawn
7
Nuovo assetto per la coppia composta da Stefano Ghittoni e Cesare Malfatti, che diventa trio con la voce di Dodo Nkishi, noto per le imprese con Gizmo e Mouse On Mars. Dodici titoli per un debutto all’insegna dell’eleganza e dell’equilibrio crepuscolare tra folk song, trip hop, arrangiamenti da camera e sensazioni subacquee. Le iniziali Young Good Boy e Flashing Nothing restano in testa dal primo ascolto, la title track è una ventata d’Europa cosmopolita e desolata, che con Freedom esalta il lavoro di arrangiamento degli archi svolto da Davide Rossi. L’abilità nel giocare sulle sfumature non è una novità per i due italiani, e il collega tedesco vi partecipa con ottima aderenza e senso della canzone; ogni tanto l’autocompiacimento fa capolino, ma ciò fa parte della natura umana.
Paolo Ferrari
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Noyz Narcos
Guilty
Propaganda
8
Non era facile andare un passo oltre quanto già realizzato dai devastanti Truceklan. Un uomo solo poteva riuscire nell’impresa, e Noyz Narcos non ha fallito. La sua cultura delle nuove catacombe, più simili a Blade Runner che all’agiografia cristiana, esplode in 15 tracce al tempo stesso impresentabili e vendibilissime. Lì sta la chiave di volta della poetica dell’MC romano, come pure delle produzioni di Sine e giù fino alla copertina di Scarful. Il prodotto perfetto per trasformare in notte il sole della primavera italiana è nato oltretutto in circostanze non facili: una gogna mediatica si è abbattuta sul ragazzo, coinvolto in una storia di roba non come capo di chissà quale cupola ma come semplice indagato. Era facile a quel punto rifare tutto, finendo per arrotolarsi in un disco monotematico alla scellerata ricerca di un effetto boomerang. Invece l’album vive di vita propria, con l’argomento non assente ma gestito con saggezza. Tant’è che Nemico pubblico, con chiamata di correità hardcore per i Negazione e brillanti rime di cronaca personale, è forse il testo più emozionante dell’intero viaggio. E ancora, Sotto indagine, col suo impatto rock e la claustrofobia mentale di chi, credendo di gestire la strada, ne è vittima come una generazione di ragazzi soldato, o Guilty, la canzone del dubbio, dell’angoscia, della solitudine. Difficile che qualcuno cambi sintonia quando nella radio irrompe la contromappa iniziale del singolo M3; improbabile che uno scrittore, un reporter o un regista riescano a dipingere con la stessa forza il paesaggio degradato di Nel teschio. Quadrato e potente per tutti i suoi tre quarti d’ora, il suono ha nell’uso violento dei sintetizzatori e nelle chitarre, a volte non campionate ma suonate, gli elementi portanti. La grande stima di cui gode Noyz richiama ospiti eccellenti: Club Dogo in Role Models, Fabri Fibra in Italian Psychos, Marracash in Grand Guignol, e poi Gengis Khan, Duke Montana, Nex Cassel, Chicoria, Metal Carter e Cole. Tutti in palla; ma da solo è anche meglio.
Paolo Ferrari
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Night Skinny
Metropolis Stepson
Relief
9
Oggi l’hip hop vive soprattutto sull’accortezza e la lungimiranza dei beatmaker: convocare l’MC adatto a quel beat specifico, e azzeccare più volte la scelta, è la cosa giusta. Night Skinny l’ha fatta e nel suo album le parole calzano a pennello sulla musica. Con ospiti simili (Esa, Lugi, Antipop Consortium, Vordul Mega e Lord Bean i più noti) sembra facile, ma il Nostro è andato oltre. Le sue produzioni portano avanti suoni e atmosfere del miglior hip hop nazionale, quello underground d’autore (vedi Melma & Merda e Maserio). Ma Metropolis Stepson, ispirato a Metropolis di Fritz Lang, proietta nei sotterranei di New York, abitati però stranamente da italiani. Appena scampati alle playlist di fine decennio, tocca inserire questo album nella top ten dell’hip hop nostrano di tutti i tempi.
Luca Gricinella
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Liturgy
Renihilation
20 Buck Spin
9
Inumano. Renihilation è un disco inumano: e va detto proprio perché ogni flettere di muscoli ci è finito dentro. Renihilation significa suonare allo spasimo, prendere di peso la forma del black metal “raw” e spostarla dentro The Road di McCarthy. O tirare dei calci in culo ai Fuck Buttons e fargli vedere come si fa, davvero, a provocare una cruda e distruttiva allucinazione noise. Renihilation è puro punk rock, anche. Non nella forma, molto più estrema, ma nella sostanza di rottura, di disprezzo per gli schemi precostituiti del rock, anche se estremo. Volete sentire un disco estremo, ma estremo davvero e non solo nella forma e nelle urla? I Liturgy sono ciò che forse stavate aspettando. Torneremo presto a parlarne. Semplicemente eccezionali.
Raoul Duke
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King Bong
How I Learned To Stop Worrying and Love The Bong
Kingbong666@gmail.com
7
E’ uscito da qualche mese questo primo urlo psichedelico dei milanesi King Bong. Un trio heavy molto eclettico. E molto funambolico.
Le loro lunghissime composizioni si basano sull’improvvisazione e non contemplano voce umana. Scuri, a tratti brutalmente heavy-psych, alla maniera dei Gonga o degli Electric Wizard, i KB partono con Wake of the Blake, il primo brano di venti minuti, assolutamente eccezionale, che salpa da sinuosi fraseggi swamp-blues e si avventura verso un libero sviluppo psichedelico. Come una macchia lisergica che si allarga a vista d’occhio. E c’è di più: in certe oscure timbriche ricordano clamorosamente i May Blitz del chitarrista James Black (heavy-psych jazz inglese dei più affascinanti).
In All the Pretty Horses hanno addirittura un tiro hardcore, che va a sfociare in una rotolante cavalcata wah wah stritolata dentro un pulsante incubo acido.
Hanno bisogno di snellire alcune costruzioni, invero leggermente prolisse, ma ci stanno dentro come pochi, i King Bong. Del resto noi non ci preoccupiamo, noi amiamo il bong…
Claudio Sorge
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Burning Star Core
Papercuts Theatre
No Quarter
9
Quattro gigantesche improvvisazioni psichedeliche live per chitarre, batteria ed electronics di inaudita potenza, un imponente monumento alla libertà creativa, un inno al fragore. Non si poteva pretendere di più da C. Spencer Yeh (Cincinnati, OH), polistrumentista (ma violinista per prima vocazione) che candidamente ammette di essersi ispirato a tre capisaldi del free rock dal vivo: Grayfolded dei Grateful Dead rivisti da John Oswald, In Search Of Spaces dei Flying Saucer Attack, e Sonic Death dei Sonic Youth, tre album dal vivo per tre maestri sui generis del caos, tre diversi manovratori della ruota del rumore circolare ed eterno. Le affinità con i massimalismi di Tony Conrad e la spietatezza noise degli Skullflower sono evidenti, senza contare le follie percussive free di Chris Corsano, e le bastonate harsh degli amici Hair Police. Lontano dall’ultimo Challenger (su Hospital), con i suoi field recordings e i suoi electronics meditati, Papercuts Theatre è un urlo disperato che testimonia la vitalità del rock, a dispetto di chi lo vorrebbe seppellire.
Andrea Prevignano
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Fursaxa
Mycorrhizae Realm
ATP/Goodfellas
7
Se avesse voluto far apparire quella del pianeta Pandora in Avatar come una credibile civiltà aliena, invece che usare per la colonna sonora il team di Titanic e canti sacrali da cartone Disney, Cameron avrebbe fatto meglio a pescare nel mazzo di erbe profumate della scena freak folk. Avvalendosi ad esempio di Tara Burke in arte Fursaxa, prima sacerdotessa del nu folk USA (di cui la Newsom è casomai il genio outsider), prodiga di progetti sulle più diverse etichette come di cd-r artigianalmente “cuciti” in casa. Somiglia appunto ad una raccolta di apocrifi canti pagani il primo album registrato dall’artista in un vero studio: partiture incatalogabili e poco lineari, acustiche ma con astrali riflessi tecnologici, mistiche ma senza affettazione, tra cori solenni e litanie dolcemente severe. Reperti etno-popolari non di questo mondo.
Vittore Baroni
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