RECENSIONI
Motorama
Psychotic is The Beat
Dead Beat
8
Rieccoci nel claustrofobico junkyard rock and roll delle Motorama. Un duo, Laura e Daniela da Roma, che ferisce a colpi di chitarra-maglio e batteria-arma contundente. Uno ‘stile’ punkgarage simile a quello dei Black Time. Solo che il gruppo inglese, al loro confronto, sembra un dispensatore di dolci carezze...
Il secondo lungo appuntamento con le romane lascia stecchiti. Il tocco è ancora più sferzante rispetto a prima. Le ragazze hanno messo a fuoco meglio tutto quanto. Quasi in senso letterale. Partono da secchi accordi primi Gun Club - Black And White - e si fanno via via sempre più convulse. Brani taglienti, accuminati, psicotici. Immaginate una via di mezzo tra i Pussy Galore degli inizi e le Demolition Doll Rods.
Ad esempio, mi fa impazzire Chinese Blues, con quel suo groove boogie spastico. Ma non solo. C’è la bella citazione dei Gang Of Four Damaged Goods, che le avvicina al loro gruppo-fratello di Roma, i Cactus. E c’è, alla fine, anche una sorpresa. Una acida ballata al neon, If You Could See Me, sorta di no-fi Velvet, con ospite nientemeno che Margaret Doll Rod. Degno fuoco d’artificio finale per un album a dir poco esplosivo.
Claudio Sorge
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Primal Scream
Beautiful Future
Warner
6
Diciamolo: è dal 2000 con XTRMNTR CHE Bobby e compagni non azzeccano un disco. Sarà che le permutazioni sono finite o che l’età comincia a farsi sentire, soprattutto per chi in gioventù non si è di certo risparmiato. Fatto sta che da allora i Primal Scream hanno continuato a miscelare i vari ingredienti della propria musica in maniera piuttosto distratta, dosando con mestiere rock blues, elettronica, psichedelia spicciola. Di questo si parla anche con il nuovo disco dove fanno la loro comparsa i super ospiti di turno, quasi ad aumentare un peso specifico che fatica ad arrivare. C’è Lovefoxxx delle CSS, Josh Homme dei QOTSA (per la finale Viva che in effetti suona come una sua canzone in tutto e per tutto), producono tra gli altri Paul Epworth (Bloc Party) e Bjorn (senza i suoi amici Peter e John). Le cose migliori sono quelle che pestano di meno e provano ad accarezzare un groove più morbido: Beautiful Summer cresce lentamente e ti porta in pista senza che tu te ne accorga nemmeno. Potessimo scegliere a Bobby indicheremmo questa via per il futuro.
Andrea Girolami
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Kleerup
s/t
EMI
7
Le fobie. Le ossessioni. La solitudine. Un cuore in frantumi. La musica giustifica la sconfitta, regalandole il linguaggio dell'arte. Ogni nota diventa catarsi. Il ricordo astrazione... Andreas Kleerup vive in un mondo a parte e lo colora come se Giorgio Moroder fosse la sua coscienza. Vangelis, la speranza. Un mondo in cui la donna non parla. Decide. E' silenzio e ragione. Impersonata dal sogno condotto nel sangue da Lykke Li (Until We Bleed). L'inno all'immortalità di Neneh Cherry (Forever). La vertigine notturna trattenuta da Marit Bergman (3AM). Il gioco della seduzione infranto da Robyn (l'hit planetario With Every Heartbeat). Per farsi finalmente storia e quindi memoria, da Linda Sundblad (History). L'amore. La rottura. Le dita piegate a incolpare se stessi. Come se guardarsi alle spalle ci aiutasse davvero a non voltarci indietro. Nel tentativo di dare un nome a chi abbiamo amato davvero. The Never Ending Story... Anche se non avremo mai il coraggio di Atreius. Marco Lombardo
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Micah P. Hinson
Micah P. Hinson And The Red Empire Orchestra
Full Time Hobby
7
27 anni appena e già quattro album alle spalle, con tutta quella vita movimentata che si porta appresso. Non si scherza mica, con Micah. Il suo nuovo album lo conferma come uno dei più dotati songwriters in circolazione. …Red Empire Orchestra non è ancora il capolavoro che da lui ci aspettiamo e chissà se mai arriverà, ma i segnali sono incoraggianti. Intanto, per dirne una, la scrittura si fa meno bozzettistica e sempre più a fuoco. Tipo che nell’apertura Come Home Quickly, Darlin’, il ragazzo originario di Memphis gioca a fare il Nick Cave di The Good Son o giù di lì. E poi, anche dopo: laddove la penna scheletrica di Will Oldham è sempre stata un pretesto, qui la si usa per dire e dare (sentire gli archi) ben altro, in Tell Me It’ Ain’t So. È il suono della grande provincia (You Will Find Me, così Calexico, ma anche Throw the Stone, così Wilco), che rotola qui dentro. Quella che paga niente la benzina e le confezioni di birra da sei. Anche se non lo sa. Lasciate che Micah riposi e beva in pace coi suoi amici.
Rossano Lo Mele
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Apparati
Things to Be Frickled
Shitkatapult
7
Da una manciata di anni il progetto Apparat è fra i più coccolati della nuova scena elettronica al confine tra minimalismo e cameretta. Da solo o in compagnia di Ellen Allien, dentro brevi EP oppure in album tout court, Sascha Ring fornisce comunque il meglio di sé. Questa volta, tanto per stupire ancora, cambia il formato, doppio CD. Ma c’è un perché: Things to Be Frickled è un mastodonte fatto di soli remix, 22 per l’esattezza, spartiti a metà, 11 per ogni disco. Il criterio è semplice. Da una parte ci stanno quelli fatti da Apparat per conto terzi, dall’altra i remix che gli altri hanno eseguito di sue canzoni. Così se nel primo CD troviamo Apparat alle prese con composizioni di nomi tipo Raz O’Hara, Swayzak e altri (comunque svetta sempre la componente di area ritmica tedesca), sull’altro osserviamo gli estranei girare le manopole sui pezzi di Sascha (qui spiccano Telefon Tel Aviv, Monolake e Thomas Fehlmann). Quantità e qualità assieme.
Rossano Lo Mele
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Radioactive Man
Growl
Control Tower
7
L’“uomo radioattivo” Keith Tenniswood - collaboratore tra gli altri di David Holmes, Red Snapper e Aloof - si rifà vivo a cinque anni da Booby Trap con un album che è il più vicino ai suoi trascorsi al fianco di Andrew Weatherall (qui alla voce in Double Dealings, dal sapore new wave) nei Sabres Of Paradise. Growl affascina per la produzione cristallina, ma anche grazie alle vette toccate da episodi come Dalston to Detroit, costruito su un interessante equilibrio fra techno e breaks, o Kristiina, dall’identità tech house tipicamente inglese, oppure ancora la cupa title track, fino al brano che ospita la conturbante Dot Allison, l’ottimo Nothing at All.
Giorgio Valletta
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Alkaline Trio
Agony & Irony
V2
6
C’è qualcosa che ci è sempre piaciuto degli Alkaline Trio. Il loro stare in mezzo. Mai sfacciati come i gruppi power pop piacioni, ma mai neppure troppo oscuri come tante band fondamentalmente orecchiabili emerse dall’universo punk-rock. La cosa va avanti ormai da oltre dieci anni e, sia detto in termini discografici (ma anche di pubblico), funziona benone. Con il nuovo Agony & Irony siamo alle prese col suono di sempre, anzi, forse, rispetto al passato, lievemente più pop. Del resto: i Blink 182 sono scomparsi, i Green Day usano altri nickname, quindi un po’ di spazio vuoto c’è. Viene da pensare ciò ascoltando Help Me, canzone che se non è candidata a essere singolo numero uno del disco allora non ci siamo proprio. Giro di piano bubblegum, chitarroni, ritornello fratturato e via così, davvero effetto vinavil. Godibilissimi ma sempre credibili, gli Alkaline Trio, che indossino Vans o facciano il verso ai primi Clash. Agony & Irony non sarà il vertice della loro carriera, ma di sicuro ne cementa la rispettabilità.
Rossano Lo Mele
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Soulfly
COnquer
Roadrunner
5
Il ritorno a una forma di metal più propria dopo lo scivolone quasi-nu con il precedente Dark Ages aveva aperto qualche speranza per un rientro consistente di Max Cavalera. Conquer però, forse anche in quanto sesto album del gruppo, mette a dormire gli entusiasmi: Max si è focalizzato/fossilizzato (come conferma anche lo sterile album col fratello a nome Cavalera Conspiracy) su una forma “primitiva” fatta di pochi power-chord, tempi sempre molto simili in scia a Chaos AD e Territory e parti vocali estremamente semplici, composte da poche parole ripetute alla nausea. Infine gli orpelli world/dub non mancano come al solito, senza cambiare alcuna carta in tavola. Conquer è quindi godibile per chi ha voglia di farsi stordire nuovamente con la stessa canzone in nome di un credito storico incrollabile, ma sia detto chiaramente che qui dentro non c’è nulla che non sia già stato fatto, molto meglio, da Max Cavalera. Ognuno decide se questo vale i soldi del biglietto.
Raoul Duke
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AA.Vv. / Dj Spooky
Sound Unbound
Sub Rosa
7
Se qualcuno si merita l’appellativo di accademico della DJ culture, questi è Paul D. Miller in arte DJ Spooky That Subliminal Kid. Oltre a vantare una discografia di remix lunga due pagine, Miller, laureato in letteratura e filosofia, ha preso parte come autore e teorico a prestigiose rassegne (dal Whitney Museum alla Biennale di Venezia) e pubblicato nelle edizioni del MIT un ambizioso saggio sul fluire e il riciclo dei suoni (Rhythm Science, 2004). Proseguo e ampliamento di quel lavoro è la raccolta di interventi teorici Sound Unbound: Sampling Digital Music and Culture (MIT, 2008), che coinvolge una quarantina di eminenti personaggi, da Boulez a Eno, e di cui questo cd è complemento sonoro (lo trovate anche in allegato al libro, se non vi spaventano 420 pp.: Luther Blissett è a pagina 9!). Un album “rilevante” dunque già sulla carta, prima ancor di aver udito come il DJ amalgama, attingendo per la seconda volta dai capaci archivi SubRosa, reperti di artisti, poeti e musicisti cardine del XX secolo (alla Toop, miscelando Joyce e Sonic Youth, Cage e Raymond Scott, Sun Ra e l’amato Burroughs). A fronte di tutto ciò, un problemuccio permane: Miller è un buon organizzatore, maneggia i materiali “giusti”, ma difetta di muscoli alla prova dei piatti. Il suo lavoro non scuote e conquista, si limita ad applicare formule in modo corretto. Da bravo Professorino, appunto.
Vittore Baroni
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Final
Fade Away
Avalanche Inc.
7
Anche Justin Broadrick (Godflesh, Jesu) passa al digitale per il nuovo album del suo alter ego ambient/drone Final. Pubblicato esclusivamente in Mp3 o FLAC via avalancheinc.co.uk viene presentato dall’autore come un disco da esclusivo ascolto notturno e come primo esperimento di vendita via download che potrà aprire la strada, se di successo, agli sterminati archivi di Broadrick. L’album è pulsante e avvolgente, con la grana del suono grossa alla quale il progetto ci ha abituato in vent’anni di esistenza: la suggestione non è particolarmente originale, ma a musica così è immediato associare immagini antiche, rimosse dalla memoria, fuori fuoco e involontariamente sinistre, come quelle di una ripresa amatoriale di una giovinezza perduta: i titoli dei quattro brani in fila formano la frase Old Soldiers / Never Die / They Just / Fade Away. Chitarra e laptop che riescono a scaldare più di quanto s’immagini, nella vena astrattamente post-rock di 3. Un buon (nuovo) inizio.
Raoul Duke
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