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RECENSIONI


ROCK

Kasabian
West Ryder Pruper Lunatic Asylum
Sony

8

Li vedevo l’altro giorno fotografati di fronte alla Roundhouse di Londra: vestiti e stonati come i Pink Fairies. Ma non erano i Pink Fairies, sono i Kasabian. Oggi. Che pubblicano il loro terzo album. Il loro migliore.
Serge Pizzorno si è si è fuso la mente con Sergent Pepper’s, Odgens Nut Gone Flake e S.F. Sorrow; rispettivamente dischi-pietre miliari di Beatles, Small Faces e Pretty Things. E dunque psichedelia è più che mai la parola d’ordine per i Kasabian. Un potente arcobaleno di tendenze, rock and roll, raga, trance, pop vittoriane, che ha però tempi e modalità da nazione post-dance, com’è l’Inghilterra di oggi. Nessun caos letargico, sonorità sovrapposte e/o sovraesposte; ma una perfetta e matematica canalizzazione dei suoni e, soprattutto, dei ritmi. In questo senso, molto vicino ai…Chemical Brothers.  
Quando ascolto Fast Fuse, forse il punto di svolta dell’album, colgo l’andamento inconfondibile di Train Kept a Rolling degli Yardbirds. Ma non siamo più sul set di Blow Up. Dentro, c’è la trascinante compulsività dei Fratelli Chimici.
Claudio Sorge

The Mars Volta
Octahedron
Universal

4

El Grupo Nuevo De Omar Rodriguez-Lopez
Cryptomnesia
Universal

7

Il ragazzo è logorroioco, è chiaro. Taciturno di persona ma senza limiti di sorta quando suona, testimone una produzione discografica ormai gonfiatasi all’inverosimile: tenendosi sui titoli essenziali, siamo al quinto album dei Mars Volta e intorno all’undicesimo solista. Octahedron è il “disco acustico” del quale Omar e soci avevano parlato tempo fa, e anche se la definizione non va presa alla lettera – si tratta pur sempre dei Mars Volta – è certo una sterzata decisa verso cose più dolci, melodiche e legate alla forma-canzone. Che per un minuto o due suonano tipo Led Zeppelin acustici virati prog, ma subito scadono in paccottiglia epica di scarsissimo valore. Che fatta da altri non sarebbe probabilmente nemmeno recensita. Cryptomnesia è invece realizzato con l’aiuto di due Mars Volta (Cedric Bixler, Juan Alderete) e due Hella (Zach Hill, Jonathan Hischke). Prima parte di una trilogia, e figuriamoci, pare una versione più fresca e sostenibile della band madre. La benvenuta, fra gomitoli di psichedelia progressiva, isterie hard improvvise, tempi e cambi impossibili.
Andrea Pomini

POP

Nouvelle Vague
3
Pias

8

Da detrattore dei Nouvelle Vague in origine sono diventato un loro supporter. Detestavo quella forma di paccottiglia/cover pop rivenduta ai punk di ieri, oggi imborghesiti. Ma: una volta visti dal vivo (senza scherzi, i NV portano in giro il miglior spettacolo live in circolazione) e misurata la fantasia nel riarrangiare classici della new wave e del punk, alla luce del terzo disco bisogna riconoscergli una capacità che magari non combacia con l’onestà degli intenti, ma comunque produce esiti spassosi. Il gioco può andare avanti all’infinito, ma anche al terzo album il gruppo sa sorprendere. So Lonely (Police) in punta di collant, Blister in the Sun (Violent Femmes) da domenica al mare, Master & Servant (Depeche Mode) tutta vizi e lazzi e, fra l’altro, soprattutto, una God Save the Queen all’opposto. Di tutto quello che immaginiamo, sappiamo, ricordiamo. Forse la vera truffa del rock’n’roll sono proprio loro.
Rossano Lo Mele

Patrick Wolf
THe Bachelor
Bloody Chamber Music

7

Ho controllato, alla Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts non insegnano “electropop e rivisitazione del suono medievale britannico”. Peccato, Patrick Wolf sarebbe l’insegnante ideale, con quel misto di Capitan Harlock e Peter Pan e tutto il bagaglio di violino, Bowie-Morrissey e vittorianesimo cyber. Troppo, anche solo da raccontare. Tutto d’un fiato: il disco doveva essere doppio, suddiviso tra parte di turbamenti e successiva riappacificazione domestica, invece esce per ora “diviso” e grazie soprattutto alla sottoscrizione dei fan che hanno inviato (e invieranno per il prossimo) 10 sterline al TWIN (Tribe Wolf International) e potranno usufruire di anteprime, regali e persino eventuali profitti. Collaborano, tra gli altri, Matthew Herbert, Alec Empire e l’esangue attrice Tilda Swinton. Senza timore alcuno convivono cori fanciulleschi (Damaris, eccellente), flauti, archi, synth, duetti digital pop (Oblivion), danze da cortili di Camelot (la title track) e percussioni barocche. Un mondo (nuovo?).
Maurizio Blatto


RITMI

Club Dogo
Dogocrazia
Universal

7

I Club Dogo sono tamarri veri, con tutto il bene e il male che questa definizione comporta, copertina con sfoggio di muscoli e iconografia sovietica stile Franz Ferdinand inclusa. Dove il precedente Vile denaro s’interessava in maniera diffusa del mondo esterno con tutto il suo teatrino di spaccio, Milano fratricida, veline e politica da strapazzo, Dogocrazia sembra più autoreferenziale e concentrato a dimostrare la propria superiorità a prescindere. Detto questo, le basi di Don Joe spaccano come e più di prima, ormai cristallizzate in una mitologia eurodance anni Novanta riveduta e corretta al servizio delle rime di Jake e Guè. Si sprecano i featurings: Marracash, Terron F dei Sud Sound System e persino J Ax, anch’egli ingoiato dall’universo Dogo, talmente veloce e violento da piegarlo al suo volere invece di rimanerne vittima. Per fortuna, diciamo noi.
Andrea Girolami

Sizzla
Ghetto Youth-ology
Greensleeves

8

Un gioiello di reggae consapevole. E uno dei dischi migliori pubblicati in carriera dal Kalonji. Non è una raccolta di canzoni, ma un progetto: ripulire i testi da tutte le sfumature discutibili, liberare il percorso dalle trappole di dollari e omofobia per dedicarsi alla vena anni Settanta dei testi e a un certo portamento rub-a-dub in voga nel decennio successivo. Tutto sostenuto dalla solidità della Firehouse Crew, rinforzata persino dai fiati di Dean Fraser. E ancora, una copertina stile Sunsplash di Tony McDermott, di nuovo in casa Greensleeves col suo stile inconfondibile. Tutto al servizio di un menù travolgente: Ghetto Utes Dem Ah Suffer, un inno rasta; Jah Love, il falsetto perfetto; Gwaan Bear, una ballata esemplare; Black Man in White House, si può fare; What Am I to Do, l’unico lovers.
Paolo Ferrari


PUNK & METAL

Isis
Wavering Radiant
Ipecac

7

Chi conosce gli Isis sa che sono abituati a lavorare su due livelli: c’è l’assalto post core urlato e gutturale e poi c’è il deliquio onirico. Più che lavorare sulla fusione dei due piani compositivi ed emotivi in questo quinto album la band di Aaron Turner si è limitata a sfruttare al massimo le possibilità di ogni singolo genere. Ecco perché manca un po’ di fascino e la bellezza del disco va ricercata più in sottili arrangiamenti che cercano di cucire la trama, di collegare la psichedelia algida e romantica ai bagliori fisici del metal. Il contributo di Adam Jones dei Tool in due brani conferisce un timbro ancora più acido ed oscuro alla musica, ma non la trasforma, né la eleva di qualità. Gli Isis hanno creato sei mini suite (su sette tracce) in cui sfruttano al massimo il modello Neurosis di tensione e rilascio, il tipico ondeggiamento, lunare in questo caso, anche se si ha la sensazione che con quest’album la formula sia stata sfruttata fino all’osso.
Stefano Cerati

Voivod
Infini
Nuclear Blast

7

Ha le sembianze di un’operazione necrofila - proiettata verso il futuro - questo quindicesimo album dei Voivod. Che nasce dagli ultimi riff incisi su computer dal chitarrista Piggy, prima della morte. Riff cui Jason Newsted e il cantante Snake hanno successivamente posto mano, per realizzare il testamento definitivo del gruppo.
Piggy era il motore della macchina Voivod. Fino all’ultimo ha lavorato per il suo funzionamento. Fino all’ultimo ha registrato riff su riff, in uno stile che era quello classico dei Voivod, ma con un’essenzialità più garage, un selvaggio seppur controllato spirito thrash e le consuete divagazioni ‘dissonanti’.
God Phones è il pezzo che meglio rappresenta il capitolo finale dei Voivod, espressione, a tratti, anche di un rude stile motorheadiano. Una macchina rock che fila via velocissima e senza intoppi e nel finale tange da vicino persino i Nirvana, in un brano come Deathproof.
Claudio Sorge


AVANGUARDIA

Aa.Vv.
Brand NEU!
Feraltone

7

Il titolo (“nuovo di zecca”) è fuorviante, in quanto l’omaggio della Feraltone ai seminali NEU! non è il classico tribute album, bensì una miscellanea un po’ disorganica di brani in gran parte noti, con in coda un lungo inedito del ’98 di Michael Rother e l’ultimo adrenalinico “schizzo” power krautrock a cui Klaus Dinger ha messo mano prima della scomparsa. La dice comunque lunga sul raggio d’influenza del “motorik beat” dingeriano il fatto che siano Primal Scream e Oasis a offrirne qui l’applicazione più convincente, coi loro quasi-strumentali di epico drone rock. Altri contributi spaziano dalla citazione intellettualoide dei Ciccone Youth alle più varie appropriazioni del peculiare ritmo metronomico (Holy Fuck, Kasabian, LCD Soundsystem, Fujiya & Miyagi, ecc.), mentre Cornelius in Wataridori esaspera gli svolazzi chitarristici di Rother. In prospettiva storica, un pezzo dei Joy Division sarebbe bastato a render conto dell’immenso debito che la new wave ha nei confronti del teutonico duo.
Vittore Baroni

Nurse With Wound
Od Lot
United Diaries

7

May the Fleas of a Thousand Camels Infest Your Armpits
United Dairies
Continua imperterrito il lavoro isolazionista della combriccola di Steven Stapleton e soci. Fulgidi esempi di autonomia mediatica, i Nostri se la cantano e se la suonano tra loro, restii all’interesse verso il circondario. A fronte di un quantitativo e una tipologia di musica che rendono difficoltoso l’approccio, imperterriti perseguono le loro strade. Dopo l’eccitante weid-lounge di Huffin’ Rag Blues, e in attesa del prossimo venturo The Surveillance Lounge, nel primo caso ci propongono un pastiche di tracce divise tra i soliti noti e M.S. Waldron (di irr. app. (ext.)); deliri di drone, musica concreta da camera, frammenti quasi dark wave, micro variazioni, arterie di campionamenti modificati, funky kitsch e l’eccezionale lavoro di SS sui bassi e il beat. Il secondo post-produce momenti dal vivo in un ritorno all’abisso originale, scuola ambient oltremondana.
Daniele Ferriero


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