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RECENSIONI


ronin ROCKblack bananas
ROCK

Maria Antonietta
s/t
Picicca

7

La rabbia giovane arde a Pesaro, almeno stando a sentire i singulti e gli strepiti del nuovo lavoro di Letizia Cesarini, meglio nota come Maria Antonietta. 23 anni e non avere capito un accidenti della vita: questa è la semplice – ma efficace – filosofia alla base del disco, una violenta messa a nudo dell’autrice che colpisce dritta come un pugno allo stomaco. Partiamo dall’immaginario di Letizia, fatto di santi estatici, peccatrici redente (Maria Maddalena), riot grrrls, pulzelle indomite (Giovanna D’Arco), abiti vintage, vite (temporaneamente) sprecate inseguendo aspirine affogate nella coca-cola e desolanti avventure da una sera. Eppure avere 20 anni a volte è anche questo, una verità particolare – un lucido resoconto di cinque mesi vissuti sul filo del rasoio – che può ergersi ad universale, perché tutti (nel bene e nel male) abbiamo passato quel confine sottile del disagio post-adolescenziale. Poi c’è la musica, che per metà disco s’agita tra le sponde nervose di Liz Phair d’epoca Exile e la sobria poesia della Consoli degli esordi, il tutto ben amalgamato dalla preziosa produzione di Dario Brunori. Saliva è un dopo sbronza che fa girare la testa, forte di un’ossatura rock di voce e chitarra - ammorbidita da violoncello e flauto (Stefano Amato e Mirko Onofrio) - lascia in bocca un sapore amaro difficile da correggere. In Questa è la mia festa Letizia sfodera un timbro acuto e trascinato molto caro alla cantautrice catanese di cui sopra, mentre Con gli occhiali da sole è un raggio pop targato sixties che inebria tanto quanto la Crazy For You di Best Coast. La seconda parte dell’album vira verso tinte cupe, distorte, livide di rabbia come già le ragazze di Olympia nei primi anni ’90 (un filo rosso sangue lega Pretty On The Inside, primo brutale disco delle Hole, a Santa Caterina e Stanca, intermezzo breve come il rigetto dopo una birra di troppo). Illusioni e martini, fascinazioni dello spirito e pruriti della carne, disperazione teenageriale e inquietudini vitali: il mondo meravigliosamente sottosopra di Maria Antonietta trova la sintesi perfetta nel singolo Quanto eri bello, l’attitudine punk di una sbandata ventenne dal cuore tenero.
Barbara Tomasino

Calibro 35
Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale
CD/MC Venus Dischi - LP Tannen Records

7

In un paese reale, per dirla alla Manuel Agnelli, dovrebbero essere i Muse ad aprire le date dei Calibro 35. Ma in questo paese, che più irreale non si può, costretti financo a rimpiangere i tempi delle crisi petrolifere degli anni '70 (che almeno quelle sapevi sarebbero finite prima o poi), I Calibro 35 sono un lusso per fortuna sempre più alla portata di tutti, tra dischi pubblicati e assidue presenze sui palchi italiani (e il successo monstre ottenuto fuori dai patri confini). Tra sitar e clavinet, il nuovo disco esce (con titolo di lunghezza wertmulleriana che altro non è che il disclaimer che appare nei titoli di coda dei film) dal binario della citazione poliziottesca pura e affronta, uscendone vincitore, tutti gli stili che hanno plasmato l'attitudine cinematica della musica dei '70, allargandosi decisamente anche per quanto riguarda i riferimenti geografici. Registrato in un brevissimo lasso di tempo durante una trasferta oltreoceano (si narra che siano bastati cinque giorni di sessions a Brooklyn, negli stessi studi che hanno ospitato anche Arctic Monkeys, Animal Collective e Marc Ribot), la nuova fatica dei cinque Calibri conferma tutte le buone cose dette e scritte sul combo negli anni precedenti, con un sound retro-suburbano davvero ormai globale e acentrico, ancora più ricco di riferimenti filologici e sfaccettature. Se il rare-groove dei Calibro 35 è divenuto ancora più sofisticato, loro sono rimasti quelli degli inizi, sempre dotati di quella onestà intellettuale che ha permesso a un progetto così "pericoloso" di affermarsi: è sin troppo facile (e lo facciamo volentieri) entusiasmarsi per questo made in Italy. Nota di merito per la deliziosa e snobissima decisione di pubblicare l’album, oltre che nel classico (per loro) vinile 180 grammi, anche su musicassetta, oltre che nel consueto disco argentato e in vari formati digitali. Qui si fa sul serio, astenersi perditempo e boyband. ----------------------------------------------------- - - - Pier Vigevani




POP
Tre

of Montreal
Paralytic Stalks
Polyvinyl

8

Gli of Montreal che ci piacciono. O meglio, il Kevin Barnes che ci piace, essendo il disco opera del solo leader, accompagnato da turnisti e simultaneamente autore, cantante, musicista, fonico e produttore. In ogni caso: il meglio dal capolavoro Hissing Fauna, Are You the Destroyer? a questa parte, senza dubbio. Passata la sbornia disco-glam, tornano liriche di nuovo molto aperte e personali, e un'impressione di naturalezza raramente riscontrata fra i bagliori cervellotici di quanto successo nel frattempo. Tutto intorno, la musica si fa inafferrabile, con il pop psichedelico barocco di fine anni '60 come riferimento più prossimo e la capacità frullare, anche all'interno della stessa canzone, beat elettronici e prog, ballate acustiche e partiture da avanguardia classica, AOR di quello buono e recitati allucinati. Idee in abbondanza, che scorrono fluide e ben combinate in un lavoro che richiede e stimola l'attenzione dell'ascoltatore, ripagandola con gli interessi.
Andrea Pomini

Lambchop
Mr. M
City Slang

8

È da Is a Woman, album discusso e controverso a cui però il tempo ha dato ragione, che i Lambchop di Kurt Wagner provano a rimettere in discussione un sound che hanno creato sostanzialmente dal nulla: una fusione di country e soul che guarda alle radici dell'America con l'occhio smaliziato di chi ha attraversato corsi e ricorsi dell'indie rock anni Novanta. E che negli anni, proprio in virtù della sua natura ibrida, si è prestata a remix pregevoli (Zero 7 su tutti). Con Mr. M si può dire che il cerchio si sia (dolorosamente) compiuto. Il percorso di trasformazione porta Wagner a una nuova consapevolezza, lirica e sonora, e lo fa attraversando il dolore della perdita. Dedicato senza se e senza ma a Vic Chesnutt, sodale di Kurt e come lui icona di un approccio alla musica che se ne infischia di mode e apparenze, Mr. M è intriso di quelle lacrime, tanto che se lo si potesse strizzare non basterebbe un secchio a contenerle, ma la tristezza che ha contribuito a dargli forma si è trasformata in canzoni di speranza e soprattutto amore, nel significato più laico, disinteressato e altruista del termine. ...(continua)...
Emanuele Sacchi


RITMI

Lindstrøm
Six Cups Of Rebel
Smalltown Supersound

8

Comincia con No Release, ossia cinque minuti di organo circolare, sovrapposto a un'infinita progressione armonica, il secondo e sorprendente album in proprio (senza contare cioè i due dischi firmati insieme a Prins Thomas e il recente ed estemporaneo lavoro in coppia con Christabelle) del musicista norvegese, che in qualche modo è stato identificato finora come capofila del movimento cosmic/nu disco. La successiva De Javu è un bizzarro ibrido fra Underworld, Yello fine anni Ottanta e la costante progressive disco/jazz funk che diviene cifra stilistica di questo lavoro, come prova la jam di quasi mezz'ora che, senza soluzione di continuità, trova sbocco nella fusion - comunque più George Clinton che George Duke, vedi le vocine in botta-e-risposta... - di Magik e poi nel groove più asciutto ma trascinante di Quiet Place to Live. La seconda parte del disco si apre con l'ossessiva elettricità di Call Me Anytime, a cui fa seguito la struttura dilatata e punteggiata da wah wah della traccia che intitola l'album, una sorta di parentesi prima che gli emozionanti dieci minuti della conclusiva e sognante Hina facciano da propulsore per un nuovo viaggio intergalattico. (continua)...
Giorgio Valletta

Author
s/t
tectonic

8

Bella prova di versatilità e gusto da parte dei britannici Jack Sparrow e Ruckspin, entrambi provenienti dal dubstep più rigoroso e militante, qui per la prima volta impegnati in coppia sulla lunga distanza dopo il recente singolo The City/Teacher (incluso nella versione CD dell'album). Rispetto a quelle tonanti e sincopate prospettive house/garage il disco parte lontano dalle piste, buono per un ascolto da chill out domestico che rimanda anche a una versione aggiornata - quindi cosciente della rivoluzione dubstep, nei bassi soprattutto - di cose dopate e jazzate anni Novanta, tipo epoca d'oro di Ninja Tune, Mo' Wax e Kruder & Dorfmeister. Tante trombe, strati di sintetizzatori, qualche eco R&B. Poi s’ingrossa, arrivando alle botte pesanti di Mothership e allo swing spezzato di Fix, prima di chiudere di nuovo notturno e cinematografico con Drain.
Andrea Pomini


PUNK & METAL

Corrosion Of Conformity
Corrosion Of Conformity
Candlelight

7

E se vi dicessi che ciò che resta dei Corrosion Of Conformity riparte da Animosity. E che il disco atteso come il “fallimento” e la fine di una carriera si rivela invece la rinascita di una band formidabile? A sei anni da In The Arms Of God i C.O.C. dimostrano di aver saputo guardare alla loro vera natura e con grande umiltà, di aver riabbracciato loro stessi. Il risultato è un disco in perfetto equilibrio fra heavy metal, punk, hardcore e southern rock. Può mancare un pizzico di energia, ma è solo un dettaglio. Canzoni come Psychich Vampire (i Black Flag riletti alla luce degli Skynyrd) Leechees che è un rigurgito slayeriano di hard rock sudista, El Lamento De Las Cabras, incredibile ballata desertica, sono il chiaro esempio di cosa sia il talento. Quella cosa che ti rende immortale. Almeno agli occhi di chi ama il rock.
Mario Ruggeri

Humo Del Cairo
Vol. II
Meteorcity

8

Il secondo atteso album degli argentini Humo del Cairo non è molto dissimile dal precedente. Ma va certamente più in profondità. E’ più chiaro, ha più luce e fuoco. Prendiamo un pezzo come El Alba. E’ un qualcosa di lancinante. Un vorticoso ipnotismo heavy stoner che sale fino a una sorta di epica saturazione. Come un tornado che progressivamente tutto ingloba, nel suo mulinare, e poi cessa di colpo ed evapora nell’aria calma. Humo Del Cairo è una struggente malinconia latina cullata nel caos primordiale di poderosi sommovimenti tellurici. Kyuss, Sabbath, heavy-southern alla Down, la tensione dei Natas, un’ombra di malevolenza slayeriana alla South Of Heaven. Sono questi gli elementi che vorticano nell’atmosferica struttura dei loro brani. Una vera tempesta stoner desertica, grandi spazi e natura millenaria. Un disco che dovrete ascoltare e riascoltare.
Claudio Sorge


AVANGUARDIA

Soap & Skin
Narrow
PIAS

7

Esordiente appena maggiorenne nel 2009 con l’album Lovetune for Vacuum, l’austriaca Anja Plaschg deve ora dimostrare che non si trattava solo di un passatempo da infiniti pomeriggi mitteleuropei da riempire. Ci sono voluti quasi tre anni per generare il bis e ciò che colpisce è prima di tutto la brevità del secondo capitolo, un album breve da neanche mezz’ora. Anja parte in lingua madre (Vater) e prosegue imboccando una direzione piuttosto redditizia di questi tempi: ossia quel gotico pop che tanta buona sorte ha portato a Zola Jesus (Deathmental). Sorprende ancora, anche a questo giro, come tra riverberi industrial alla Nine Inch Nails (Big Hand Nails Down) affiorino cinguettii per piano e voce alla Cat Power (Voyage Voyage, Lost). Potere della parsimonia?
Rossano Lo Mele

Bologna Violenta
Utopie e Piccole Soddisfazioni
Dischi Bervisti/Wallace

8

L’impressione, nello schiacciare play e ricominciare per l’ennesima volta a subirne le bordate sonore, è che si tratti letteralmente di una pietra miliare. Utopie e piccole soddisfazioni, cioè, risalta tra i padiglioni auricolari perché marchiato da sangue e merda varia, nonché in quanto opera completa e degna di figurare come tappa imprescindibile del Nostro. Altresì detto: si ringrazia Nicola Manzan, in arte Bologna Violenta, per la riuscita dell’evento. La prima sorpresa, attesa con timore, è che si tratta di musica sino a oggi mai così formalmente compiuta e autosufficiente quanto nelle tracce date ascoltare. L’altra, complementare, è che all’interno delle note di questo disco campeggia, enorme, violenta, la melodia; diventa qui questione fondante per le musiche stesse, in parallelo ed equivalenza con l’anima più schiettamente feroce e metallica dell’insieme. Va da sé che non si trovano sulla strada rivoluzioni estetiche copernicane, la materia fondante resta la medesima di sempre: una forma di grind spurio e mutante sparato tra encefalo e orecchie. Piuttosto, corre in bilico tra parodia e piacere autentico, bastando a se stesso in quanto suono e creazione. ...(continua)...
Daniele Ferriero


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